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Gianluca Sità e l’eresia del Mito

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«E restare, senza reticenza,
agli ordini del meraviglioso»

A.Breton.

 

Gianluca Sità incarna alla perfezione la posizione anacronista; da qui il culto della forma compiuta che segna definitivamente la sua avventura artistica. A quale scopo la saldezza della forma? È presto detto: al riduzionismo ascetico delle Neoavanguardie, oppone la sopravvivenza della pittura la quale, grazie al rifiuto di qualsiasi disfacimento, celebra l’opulenza della propria volontà di non sparire. A quale scopo, ora, la resistenza della pittura? Il fine è quello di raccontare l’incredibile, quell’impossibile sconosciuto all’antiarte; se ne deduce necessariamente, che il nemico giurato del nostro è Jeff Koons il quale celebra il banale quotidiano, e quindi ciò che si oppone a qualsiasi forma di profondità.

 

In Sità l’incredibile ha un nome e un cognome precisi; quelli del mito classico che l’artista però si preoccupa di manipolare ed alterare per avvolgerlo nelle spire del proprio delirio. Il mito, in quanto tale, è fuori dal quotidiano e dall’attualità; Karl Marx si chiedeva come potessero convivere Mercurio con le ferrovie. L’artista risponde che, infatti, non convivono perché il mito respira unicamente l’aria rarefatta (anche se corposa) della menzogna e dell’“errore”. Ecco la popolazione “divina” e inesistente che Sità mette in campo; una “dea” è senz’altro la strega Invidia e un semidio è quell’Achille che raggiunge l’Ade per poter riabbracciare il suo amasio Patroclo. Da qui appunto, il quadro che racconta quello che non è mai stato narrato e che solo il pittore conosce. Notoriamente è una dea quell’Artemide che, nella Vendetta di Artemide, dopo aver massacrato Atteone ritorna tranquillamente in cielo nell’indifferenza sublime che segna la vita (non a caso incredibile) dei numi. Infine è una dea, la Sfinge del Cielo della Sfinge; la divinità dell’insolito e dell’enigma.

 

Nel quadro di Sità, il mostro non è neanche accompagnato da Edipo e colloquia con un universo che non offre alcuna risposta e alcuna soluzione. O meglio, una soluzione esiste, ed è quella dell’arte; la sfinge, a guardar bene, è l’arte la quale, nell’allucinazione neo simbolista del nostro, sfida il cosmo e sfarina la realtà opponendo a questa la sua capovolta verità. Detto questo, concludiamo chiedendoci perché definiamo “eretica” la rivelazione propostaci da Sità. Seguiamo il ragionamento del pittore. L’universo creativo e concettuale del nostro si regge su di una triplice cattedrale costituita dall’Anacronismo, dal mito e dall’eresia. In realtà, la “radiazione fossile” che si ascolta nel cuore dell’intera produzione di Sità, è l’eresia.

 

La scelta anacronistica è eretica nei confronti delle Neoavanguardie; la pittura, infatti, è eresia nei confronti della “morte dell’arte”, e il mito è eresia nei confronti di quell’antireferenzialismo che, come ha dimostrato Filiberto Menna, segna potentemente la modernità e la contemporaneità. Per il giovane artista tutto questo viene riassunto nell’eresia finale nei confronti della posizione costruttiva . Per l’autore del Cielo della Sfinge, l’arte, nel suo profondo e nel suo vertice, è assolutamente irriducibile alla realtà; da qui l’iscriversi di Sità nella linea Böcklin – De Chirico – Surrealismo. Di questa negazione del mondo il mito è senz’altro il fiore all’occhiello e la puntuazione di forza; attraverso il mito si spalanca trionfalmente il controuniverso dell’immaginario.

 

Questo è il luogo regale dell’invenzione e dell’illusione; l’immaginario è inoltre il regno del sogno, dell’eros e delle storie più belle. Il fine ultimo di Gianluca Sità è quello di fare di noi degli onirodipendenti, per cui quando cadiamo nel cuore mortifero della realtà, si spalanca, attraverso l’incredibile, il diamante di una surrealtà che non conosce riposo e che segue le mosse dell’artista. Grazie a queste, accade l’epifania dell’infinità delle immagini ipotizzabili e insieme fantasmagoriche: l’unica infinità che, argomenta con forza il pittore, ci è data in sorte e che mette in campo la nostra resurrezione.

 

Robertomaria Siena

(gennaio 2015).

 

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