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Nelle terre della perdita

May 8, 2016

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Nelle terre della perdita

May 8, 2016

Il paesaggio come luogo interiore, il mito e la natura che si intrecciano in una pittura declinata verso un nuovo simbolismo: Gianluca Sità ritrova elementi della grande stagione tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo per ricomporli in modo inattuale all’interno di un sistema visivo in cui la tradizione della grande pittura nordica e quella dell’arte italiana si fondono in un corpo dalle sembianze enigmatiche.

Gianluca Sità è un giovane artista che dà molto valore alla tecnica pittorica e all’esercizio fondamentale del disegno e che si muove sempre da un’attenta progettazione grafica delle sue opere, da disegni preparatori e cartoni che si trasformano poi in opere definitive attraverso un processo lento e accurato di stesura pittorica. Nei quadri di Sità, infatti, le velature si sovrappongono con una meditata disposizione delle pennellate e delle trasparenze che, nelle opere più riuscite, riescono a comunicare l’inquieta vibrazione di una materia cromatica leggera ma, allo stesso tempo, incombente nella sua fremente presenza e nella sua sotterranea agitazione.

La pittura di Sità si colloca pertanto in uno spazio allucinato dove l’orizzonte taglia come una lama visioni di leggerezza e crudeltà, di morte e di splendore, definite dall’artista attraverso uno stile meticoloso fondato sulla struttura “antica” di un disegno che la pittura rende denso di premonizioni e di melanconie. Il pittore si imbarca dunque in un percorso simbolico, dove il dialogo con l’orizzonte e le sue allusioni metaforiche si rende lancinante nell’avvicinamento verso l’Isola dei Morti, l’immortale opera di Arnold Böcklin che ha visto approssimarsi alla sua riva tanti artisti, letterati, filosofi e protagonisti della storia per cercare di scoprire il volto di quel luogo ignoto da cui – ci ricorda sempre l’Amleto di Shakespeare- nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno.

Seguendo quella regola di attrazione che vede gli artisti e gli intellettuali del Nord e Sud Europa attrarsi reciprocamente, Sità colloca quindi la sue scene di memoria classica in contesti nordici e con decisi rimandi a un clima germanico di paesaggio e di pittura, tra le suggestioni di Arnold Böcklin, Anselm Feuerbach, Max Klinger e quelle di Caspar David Friedrich, in una visione che ritrova ascendenze romantiche e che costruisce la stimmung angosciosa delle sue tele più intense, dove l’eredità del mondo antico viene trasposta in un contesto agghiacciato e drammatico in cui l’impeto viene frenato e trasformato in un sentimento di tragico presagio. Nei suoi cieli grigi e abbrunati, Sità ritrova allora le origini archetipe della sua terra di origine e ridà vita al mito greco attraverso il suo sistema visivo di matrice prevalentemente nordica, riscoprendo l’incombere tragico del destino che pesa sulla vita degli uomini e mettendo in scena le punizioni feroci inflitte dagli dèi agli sventurati che hanno osato sfidare la loro superiorità rompendo barriere e spingendosi troppo in avanti, fino a provocare a loro stessa caduta e la loro morte atroce.

In questo modo, Achille defunto, ma ancora integro nel suo corpo eroico, naviga per ritrovare il suo compagno Patroclo sull’Isola dei Morti trasformata in Ade, mentre troviamo la testa decapitata di Atteone trasformato in cervo per avere osato spiare Artemide e l’ultima piuma superstite delle ali di Icaro dissolte dal sole al centro di paesaggi desolati, di lande sabbiose prossime al mare o di deserti rocciosi illuminati dalla luce gelida di una luna metafisica. Si può così intuire come la pittura di Sità sia guidata dal sentimento della perdita, da una cesura affettiva ed esistenziale che chiude la sua opera in una morsa melanconica e splendente per portarci in un labirinto invalicabile, un luogo dolente dove motivi di speranza possono essere solo il dolce sorriso di una madre perduta e il suo volto amorevole tracciato sulla tela attraverso la lieve perfezione di un disegno che custodisce la memoria per lenire il dolore, per dare un significato alla perdita di una persona cara che sembra riecheggiare nelle figure archetipe del mito, separazione che l’arte da sempre ha il compito di trasfigurare per aiutarci, con le sue forme sempre rinascenti, a compiere il viaggio della vita e il superamento definitivo del lutto.

 

Lorenzo Canova

2015.

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