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Gli uomini della storia non sono che uomini.

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“Gli uomini della storia non sono che uomini. Quelli della mitologia sono celesti, o quasi celesti: onde gli artisti nel rappresentarli s’innalzano al sublime, alla bellezza ideale” – scriveva Francesco Milizia nel Dizionario delle belle arti del disegno (1797), alla voce Mitologia. Questo tipo di orientamento verso il sublime, mediato da una particolare interpretazione del mito, percorre i dipinti di Gianluca Sità. Trasformando tuttavia la concezione preromantica del sublime come bellezza ideale nell’urgenza al disvelamento di uno stato emozionale.

Non a caso Ricerca dell’assoluto è il titolo di uno dei suoi quadri più intensi ed essenziali. Un uovo, sospeso a un filo rosso al centro di un telo bianco, in una dimensione nitida e immota. Luogo e sfondo coincidono in un’intelaiatura di pieghe catturando una luce ferma, quasi tangibile, in una sottile griglia di ombre. Vi è in questo lavoro un intenzionale riferimento ai modelli della grande pittura rinascimentale. Infatti la forma dell’uovo appare come una ripresa da Piero della Francesca che lo pone alla sommità della Sacra conversazione di Brera (1472-74), il telo bianco richiama alla memoria il candore delle tovaglie nelle raffigurazioni cinque-seicentesche dell’Ultima cena o della Cena in Emmaus. Ma, nel quadro di Sità, l’atmosfera evocata da queste sedimentazioni culturali è diversa, è più inquietante. Il riferimento non è una forma di legittimazione e neppure veramente una citazione o un omaggio, ma indica piuttosto l’adesione a un modello mentale in cui prevale l’allusione a una realtà sfuggente, liminare, onirica; come spesso avviene nell’arte, e soprattutto nell’arte contemporanea, non c’è il suggerimento di una decodifica dell’immagine e non c’è una risposta ma solo una interrogazione. L’immagine interroga il suo osservatore, ambiguamente. E l’osservatore è spinto a chiedersi quale sia il senso – o se si vuole il messaggio - di quell’antico procedimento di rappresentazione che è la pittura. Campo di sperimentazione, da sempre, del complesso rapporto dell’occhio, della mente e della sensibilità con il reale e con l’assenza, con la storia e l’immaginazione.

Questo tipo di interrogazione attraversa in vari modi i lavori di Sità. A volte l’elemento simbolico appare più aggressivo, più esplicito e scontato, ma sempre oscillante sul confine tra l’intellegibile e l’immaginabile. Vi concorre l’intensità del tema figurativo prescelto, come ad esempio ne L’ipotesi della bellezza o ne La zingara di Dio, unitamente all’impianto luministico; sia quando domina una luce diffusa, carica di velature che costruiscono le immagini come se emergessero da una sostanza indefinibile (La conquista del cielo) sia quando le ombre si addensano e si aggrumano su tonalità cupe e terrose, tagliando lo spazio in geometrie claustrofobiche , come tra gli altri in Fehelen e in  Sensucht.

Il procedimento pittorico è uniforme, debitore della tradizione della pittura a olio. La stesura cromatica si costruisce su pennellate sottili, invisibili, la figurazione si delinea come se fosse priva di materia ma nello stesso tempo plasmata da una fluida corposità. La composizione è quasi sempre impostata su un elemento dominante al centro di una simmetria bilaterale – la testa decapitata di Atteone trasmutato in cervo de la Vendetta di Artemide, il teschio di L’ipotesi della bellezza, la mano contorta di Con sembiante offeso, la piuma che ondeggia di Icarus, l’uomo raggomitolato drammaticamente nei suoi incubi di La zingara di Dio.

Non si tratta solo di riferimenti iconografici ma di suggestioni; dettagli, spesso ingigantiti e fuori scala rispetto alle coordinate dello spazio in cui si trovano, per indicare il lato enigmatico del mito. Vi contribuisce la pregnanza dell’evocazione rispetto alla descrizione e la sovversione dei rapporti codificati tra figura e sfondo. Tanto che se il soggetto simbolico dei quadri di Sità riporta al racconto di miti e metamorfosi, le modalità con cui egli decide di raffigurarli richiama piuttosto a ciò che avviene dopo la metamorfosi: l’intervallo successivo alla trasmutazione di corpi e pensieri, quando si formano le leggende

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